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Il Moscato d'Asti

"Asti, l'Aroma della Tradizione"
La monografia di Angelo Dezzani

L'Associazione ha voluto questa pubblicazione per raccogliere ed ordinare le informazioni principali sulla nostra uva Moscato e la denominazione di origine controllata e garantita "Asti" a cui dà vita, con le due tipologie di vini: il Moscato d'Asti e lo spumante Asti. La volontà della Produttori si è unita a quella dell'autore, Angelo Dezzani, che con entusiasmo ha composto una monografia sul Moscato e la sua terra visti con la stessa passione del vignaiolo.
Quello stesso vignaiolo che nella pubblicazione viene tratteggiato negli elementi generali della personalità come uomo singolare ed unico, al pari appunto del frutto della sua fatica: "Il carattere del vignaiolo è quello del suo vino".Pur partendo quindi da un'ottica più radicata nella campagna agricola, ci pare tuttavia che il libro risulti completo.
Il Moscato viene infatti seguito nella sua evoluzione storica sino all'attuale coltivazione, descrivendo poi il ciclo produttivo in cantina, con i risvolti economici e sociali, ed infine le peculiarità dei due vini ed il loro consumo, anche trasgressivo.

Giusto spazio viene dedicato alla Associazione, dalla sua storia all'attività odierna, con particolare riferimento alla contrattazione collettiva della materia prima.Interessante è anche la sezione finale del volume: "Documenti" che riporta il testo del disciplinare di produzione, ed il testo del primo accordo interprofessionale per la cessione delle uve e dei mosti del 1979 che, ancora oggi, risulta fondamentale. Ci pare così che il volume venga a colmare un vuoto che ormai destava stupore non solo nell'ambiente vinicolo, privo di uno strumento simile, se si eccettua la bella pubblicazione "L'Asti" del compianto Renato Ratti, tuttavia ormai un po' datata.

La lettura della monografia crediamo poi possa essere piacevole anche per le belle fotografie che fanno da filo conduttore. Da quelle, più numerose, del paesaggio e del vigneto dell'astigiano Bruno Accomasso, agli accostamenti gastronomici del milanese C. Mario Rossi, ai contadini di un tempo del torinese Mauro Raffini, e ad alcune foto storiche provenienti da vari archivi.

Un ringraziamento infine alla Cassa di Risparmio di Asti che ha creduto nell'opera e ha voluto sostenerla. In particolare perchè il libro viene rivolto anche a tutti i viticoltori, e a tutti gli uomini d'azienda e del commercio, per fare crescere in loro quel più volte auspicato orgoglio consapevole sulla grandezza dell'Asti. Perchè i produttori, con le conoscenze necessarie, siano motivati nel testimoniare questa grandezza.

Per proporne in prima persona un consumo intelligente ed appassionato ai turisti che sempre più stanno scoprendo la Langa e il Monferrato. Il volume si rivolge poi naturalmente ad un pubblico più vasto: a tutti gli operatori della comunicazione e del turismo, e a tutti i cultori di viticoltura ed enologia.

Il moscato
Dalla remota antichità

Sulla vite e sul vino, l'impegno e la passione dei vignaioli e degli enologi ci conducono sempre a nuove scoperte anche se la loro storia scritta risale al libro I della Bibbia.

Ma la pianta della vite era già diffusa prima che l'uomo ne scrivesse.

Vite e vino sono uno dei pilastri fondamentali della cultura mediterranea, connessi ed intrecciati a quella dell'ulivo e del cereale.

Questa triade (vino - olio - pane) e' riscontrabile già?; in tutte le religioni pre-cristiane e rappresentano simboli importanti ben definiti (Dionisio Cerere - Atena). Col Cristianesimo assumono insopprimibile valore liturgico.

Su alcuni effetti del vino si accanirono talvolta, esagerandone i toni, delle vere e proprie crociate.

Ma il senso comune conserva la convinzione, convalidata anche da ricerche mediche, che il vino è bevanda naturale, che nella moderazione induce ad uno stato di benessere fisiologico. La sua bontà è dimostrata dalla tradizione, dal permanere la sua cultura ed il suo consumo attraverso i millenni.

Il vino ha fortunatamente mantenuto intatto il suo profondo contatto con la terra, è il prodotto di una terra non mortificata e dell'intelligenza, dell'amore e della fatica del vignaiolo.

Il moscato
Un mondo leggendario

Il moscato era già largamente diffuso presso i greci e i romani. Il Muscatellum, opportunamente (per quei tempi) resinato, accompagnava le copiose libagioni dei latini.

Dagli ultimi approfondimenti scientifici pare infatti che il moscato sia stato proprio la prima uva ad essere coltivata, la progenitrice di tutta la viticoltura, dalla quale sono via via derivate tutte le infinite varietà oggi conosciute.

Oggi il moscato bianco ha trovato la sua zona di elezione in una ristretta plaga del sud del Piemonte. Una striscia collinare di cinquantadue piccolissimi comuni contigui appartenenti a tre province.

Al cui centro stanno Canelli, in provincia di Asti, Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo e Strevi, in provincia di Alessandria. Un territorio con altissima vocazione vitivinicola che rientra in quella fascia pedoclimatica europea dove nascono i grandi vini.
Una zona benedetta per i vini che, qui, mantengono un bouquet di fruttato, una longevità e una classe inconfondibili.

Quest'uva, gialla dorata a maturazione, ogni anno attorno al 15 settembre viene pigiata come si faceva nel seicento (Giovanni Battista Croce, gioielliere di Casa Savoia, fu il primo a codificarne le regole di vinificazione). Si usano cioè pigiatrici a rulliu per una spremitura soffice, e subito vengono separate le parti solide, bucce e graspi, con torchi a delicata pressione, ad aria o ad acqua, sempre per rispettare l'integrità dell'uva.

Il succo ottenuto viene quindi trasferito in recipienti di acciaio inox, dove viene mantenuto al freddo, alla temperatura di zero gradi centigradi, per impedire la fermentazione.

Il moscato
Due vini per un identico prestigio

Il mosto di Moscato può poi avere due destinazioni, può dar vita cioè a due vini a d.o.c.g. (denominazione d'origine controllata e garantita), che si fregiano su ogni bottiglia del sigillo filigranato di garanzia delle Stato italiano.

Due vini "speciali", nel senso che posseggono una discreta percentuale degli zuccheri non fermentati. Non risultano tuttavia stucchevoli, in quanto il dolce si sposa con un insieme armonico, dovuto ad una giusta vena acida e, in particolare, all'aroma inimitabile dell'uva di origine. Un aroma primario che si mantiene in virtù delle zucchero presente. Un aroma muschiato, delicato ed intenso, che ricorda i fiori del glicine e del tiglio, la frutta estiva di pesche e albicocche, con un sentore di limone e fiori di arancio.

Come si diceva, due sono i vini. Il primo, più tradizionale, prodotto per lo più di alto artigianato contadino, è il "Moscato d'Asti", più dolce e meno frizzante. Una bevanda che oggi si sta imponendo nell'alta ristorazione e nelle enoteche più sfiziose.

Ma il prodotto leader è l'"Asti". Uno spumante unico al mondo, nel senso che si ottiene a partire da quel mosto-uva che prima si diceva, e non da vino fermentato come per tutti gli altri spumanti.

Il metodo per l'Asti è quello Martinotti, studioso della Regia Stazione Enologica di Asti, che lo mise a punto alla fine dell'800.

Sopperì agli inconvenienti del metodo classico di fermentazione in bottiglia, che provocava la rottura delle bottiglie in numero troppo elevato. Consiste nella presa di spuma in grandi recipienti e nella successiva nuova refrigerazione. Uno spumante che tutto il mondo ci invidia e che forse abbisogna di una maggiore conoscenza. Un prodotto importante, prestigioso, in linea con le attuali tendenze del consumo, proprie per il suo basso contenuto alcolico: appena sette gradi.

E poi, francamente, non si possono accostare i dolci con uno spumante secco, un controsenso per il galateo gastronomico, ma anche una sofferenza per il palato.

Uno spumante, comunque, che va in tutto il mondo. Se ne producono infatti ottantacinque milioni di bottiglie (contro i cinque del Moscato d'Asti, il prodotto senza il tappo a fungo). Ma per accrescere il suo blasone, deve ancora poter essere più amato. Va "creduto". Del resto, lo producono i più grandi gruppi dell'enologia italiana.

Il moscato
Il legame con la terra

Per passare ancora al versante agricolo, occorre segnalare che, nel comprensorio di origine del Moscato, operano 6500 famiglie, per lo più diretto-coltivatrici, con una superficie di vigneti di poco meno di 10.000 ettari (un ettaro è pari a 10.000 metri quadrati), per una produzione annuale di circa 650.000 ettolitri di mosto, ossia 65 milioni di litri.

Un legame queste del Moscato con il territorio ed il carattere della sua gente solidissimo: un'uva, un vino che racchiudono e svelano in pieno la cultura contadina.

La "Produttori Moscato d'Asti Associati s.c.a" raggruppa e rappresenta circa 3.000 di queste aziende viticole, per una produzione tutelata di più del 50% rispetto a quella complessiva.

Cosa infine è ancora da rimarcare come fatto positivo del Moscato è l'Accordo interprofessionale che regola le transizioni della materia prima (uva e mosto) tra la componente agricola e quella industriale. Un contratto unico nel settore vinicolo italiano che data dalla fine degli anni settanta, e che oggi si avvale delle garanzie delle leggi quadro nazionali per le intese agro-alimentari.

Un aspetto che consente al comparto del Moscato un ruolo di leadership all'interno della vitivinicoltura italiana.

Il moscato
Quando gustarli

L'Asti e il Moscato d'Asti hanno innumerevoli occasioni di consumo. La tradizione li vuole perfetti per celebrare una ricorrenza o per quando è festa, oppure, "dulcis in fundo", dopo una buona cena in ogni giorno della settimana.
Rappresentano l'accoppiamento perfetto per tutte le torte e la pasticceria fresca o secca.

Sono infine l'ideale per rendere ancora più dolce e squisito il dessert.

Ogni occasione di gioia, vissuta con Asti e Moscato d'Asti, può trasformarsi in una vera festa.

Ma la loro bassa gradazione alcolica, il sapore fruttato e fragrante, e soprattutto quel loro meraviglioso aroma muschiato dell'uva di origine li rendono adatti ad una consumazione non più relegata esclusivamente alle occasioni speciali o come fine pasto. Asti e Moscato d'Asti possono invece essere vissuti come un modo di bere giovane, moderno e leggero.
Per rendere piacevole ogni momento.

Nella zona di produzione è classico l'accoppiamento con il pane e salame, con fichi, con il melone. Con gli ingredienti di una merenda agreste all'imbrunire.

Il moscato
Come servirli

I bicchieri dovrebbero preferibilmente essere scelti tra quelli di cristallo liscio e non lavorato, esclusivamente a calice.

Per l'Asti la tradizione suggerisce la coppa, mentre le tendenze attuali puntano alla flute.

Il Moscato d'Asti, non essendo uno spumante, predilige invece forme meno radicali, con calici meno allungati e più ampi alla base.

Il Moscato d'Asti va degustato alla temperatura di circa 9 - 10 gradi centigradi, l'Asti prevede invece una temperatura di servizio leggermente piu' bassa: 7 - 8 gradi.

Per entrambi i vini è comunque importante, oltre al servizio, la conservazione. Essa va compiuta preferibilmente in fresche cantine interrate, ed in ogni caso in ambienti con temperature costanti e piuttosto basse.

Si raccomanda altresì di prevedere una conservazione non troppo lunga.
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